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La storia e il recupero

La storia e il recupero 2017-06-14T13:59:07+00:00

Il complesso monastico di S.Maria di Chiaravalle

L’Abbazia di Chiaravalle, che sorge in territorio del Comune di Milano, è un tipico esempio di architettura romanica borgognona.

La storia del complesso monastico dell’Abbazia di Chiaravalle è scandita da continue trasformazioni nel tempo che si sono succedute e stratificate, perché durante la sua esecuzione essa subisce apporti diversi, dovuti soprattutto alla combinazione dei dettami innovativi di San Bernardo con la tradizione religiosa locale e europea.

La fondazione dell’Abbazia si pensa risalga al 1135 con la costruzione della chiesa e si conclude con la sua consacrazione del 1221. Alla chiesa segue il chiostro duecentesco caratterizzato da trifore e volte ad archi acuti.

Dal Trecento, all’essenzialità dell’architettura cistercense, viene associata la grande torre nolare e i due cicli di affreschi di scuola giottesca che adornano il tiburio.

Al 1412 risale invece la Sacrestia collegata al braccio destro del transetto, e soprattutto un lato dell’incompiuto Chiostro Grande attribuito al Bramante come pure la decorazione a graffito della sala capitolare che raffigura l’architettura milanese del tempo. Nella seconda metà del 500 viene poi costruito il campanile “dell’orologio” dove stava uno dei più antichi meccanismi di Milano rappresentato da disegni leonardeschi e di cui rimane un modellino in legno.

E’ proprio l’insieme di tutti questi interventi di epoche diverse che crea la ricchezza vera dell’Abbazia di Chiaravalle e che non è possibile ritrovare altrove.

Nel 1798 il governo della repubblica Cisalpina sopprime il monastero e la congregazione cistercense e la chiesa diventa una normale parrocchia mentre i beni della comunità vanno all’asta: gli edifici vengono quindi alienati e divisi, e spesso trasformati o demoliti come il caso eclatante del braccio del chiostro bramantesco a causa della costruzione della ferrovia Milano-Pavia-Genova.

Rimangono pressoché intatti invece la chiesa, il refettorio, l’ala dei conversi e il mulino.

Ma nel 1894 l’Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti della Lombardia, nella persona dell’architetto Luca Beltrami, acquista i terreni intorno all’abbazia e ricompra gli edifici a suo tempo venduti per iniziare una serie di restauri atti a recuperare il complesso monastico nella sua totalità.

Nel 1952 i monaci cistercensi fanno ritorno nell’abbazia e ciò segna un momento importante per la rinascita di questo luogo.

La cronaca degli ultimi decenni vede una serie di interventi di carattere manutentivo e conservativo che hanno interessato più o meno tutte le parti del complesso,in maniera assidua e costante, spesso di nessuna visibilità ma fondamentali per mantenere il monumento architettonico.

Un intervento sia materiale che funzionale terminato nel 2009 grazie a un finanziamento erogato da Autostrada Serenissima, Comune di Milano, Provincia di Milano-Ente gestore del Parco Agricolo Sud Milano e Fondazione Cariplo è invece stato condotto sul duecentesco mulino, posto a cavallo di un corso d’acqua derivato dalla Roggia Vettabbia che passa nei pressi dell’Abbazia e poi si dirige verso San Donato e sfocia infine nel Lambro.

La struttura si compone di locali di epoche differenti intorno ad un corpo risalente al XII sec ed è costituita da un piano terra e un primo piano utilizzati a suo tempo come depositi di frumento e una seconda parte composta invece del piano terra inserito nel fossato con la sella della ruota e un piano superiore che poggia sugli argini del fossato stesso.

La pianta è rettangolare con muri di spina, capriate e coperture a due falde ricoperte dai classici coppi. Monofore e bucature ad arco decorano le facciate.

Restauro

L’edificio del mulino, suddiviso in subalterni e utilizzato come casa del mugnaio, fu definitivamente abbandonato nel 1963, anche se i Monaci dal 1952 erano già rientrati a Chiaravalle. Solo nel 1977 infatti vennero riacquistati Mulino e marcita annessa.

Il Mulino però versava in stato di completo abbandono e rischiava il crollo a causa del tetto pericolante e del dissesto dei muri portanti.

Del 1995 è la prima richiesta di finanziamento al Parco Agricolo Sud Milano per la messa in sicurezza del manufatto; a cui fecero seguito l’accordo con Autostrada Serenissima S.p.A. (nell’ambito dei finanziamenti a fondo perduto ai sensi della L.512/82) ed un contributo di Fondazione Cariplo con un progetto d ripristino del sistema irriguo del territorio cistercense.

I lavori di restauro sono iniziati nell’aprile del 2000 con la messa in sicurezza dell’edificio e i primi interventi riguardanti la copertura per scongiurare ulteriori infiltrazioni, ovvero l’asportazione, la pulitura e la ricollocazione dei coppi, previo inserimento di un opportuno isolante.

In un secondo momento si sono affrontati i problemi di umidità, soprattutto quelli che affliggono il lato esposto a nord, dove l’intonaco ha subito fenomeni di erosione e sfarinamento, accompagnato da efflorescenze e subflorescenze saline con conseguente distacco dell’intonaco stesso.

Avendo messo in sicurezza l’intero edificio per quanto riguarda la sua statica negli anni precedenti, a partire dall’anno 2003 sono state avviate le opere di restauro delle parti funzionali e di rifinitura, senza abbandonare il principio di massima cura nel conservare ed evidenziare gli elementi che attestano non solo l’evoluzione ma anche le molteplici funzioni assunte dentro i singoli locali nei nove secoli di attività.

Uno dei problemi più gravi che affrontati per la conservazione dei materiali e delle fondazioni dell’Abbazia è dovuto all’emersione delle falde acquifere, che provocano forte umidità. Di conseguenza si verificano fenomeni di risalita dell’umidità, di sfaldatura dei paramenti murari e degli intonaci, oltre che di spaccatura stessa dei muri, che subiscono cedimenti dovuti ai movimenti del terreno. L’utilizzo dei «fontanili» padani -risalente ai secoli XI e XII e in particolare le opere di bonifica per il prosciugamento di zone paludose ideate dai monaci cistercensi nella zona Sud di Milano insieme alla particolare conformazione geologica e idrogeologica del territorio lombardo- fanno sì che Milano, pur non essendo percorsa da un grande fiume, sia ricchissima di acque: sia sotterranee sia superficiali.

Per quanto concerne le murature, da una indagine diretta sui materiali e sui fenomeni di degrado è emersa una situazione abbastanza eterogenea, dovuta anche alle molteplici manipolazioni subite dall’edificio nel corso dei secoli. Dove esistevano i macchinari, per esempio, si trovano delle pareti caratterizzate da laterizi ben cotti disposti a corsi regolari; nelle parti invece che hanno conferito all’edificio la volumetria attuale ritroviamo i mattoni, disposti a costa. Il corpo più antico risulta essere quello centrale dove i mattoni si presentano bruno-rosati e con la superficie sabbiata. Addirittura la parte rivolta ad est presenta tre momenti principali e distinti: semplice addossamento, chiusura a portico e tamponamento, con murature molto disomogenee.

Durante la pulizia generale e gli scavi del piano terra per creare un’intercapedine di aerazione che ci permettesse di risolvere il problema legato all’umidità di risalita sono affiorate diverse vasche, la cui funzione per adesso non è chiara. Probabilmente venivano usate come decantatori o tramogge con filtri per i prodotti provenienti dalla macinazione.

Si può anche notare l’evoluzione della loro tecnica costruttiva: le vasche più antiche sono di struttura grossolana, quasi esclusivamente in mattoni, mentre l’ultima, databile a fine Ottocento, è costruita adoperando calce idraulica e cemento.

Inoltre gli incavi a semicerchio –affiorati nella sala centrale– rispondono allo stesso raggio della ruota da macina trovata in sito ed attualmente depositata nel giardino dell’abbazia, significandone un suo utilizzo proprio in quel luogo.

La particolarità di questo mulino è dovuta al fatto che la sua trasmissione si sviluppa verticalmente, anziché lateralmente come nella maggior parte dei mulini. Su un lato della grossa ruota centrale, vi sono dei perni che ingranano su una lanterna, facendo così attivare le macine poste al piano superiore dove alloggiano tutti gli azionamenti del mulino.

Una volta messo in moto dalla corrente della Vettabbia, si metteva il grano nella tramoggia superiore, lo si faceva scendere tra due macine orizzontali, e si otteneva un prodotto sminuzzato in farina. La farina era quindi convogliata in una grossa madia, dove grazie alla presenza di un fine setaccio veniva pulita dalle ultime impurità presenti, per poi finire in una marna, e pronta all’uso.

Un altro grosso problema era costituito dai solai lignei che non permettevano la fruizione nei limiti della sicurezza, causa il degrado e la precarietà. Come soluzione sono state studiate delle solette di corretto spessore e relazionate alle aperture presenti. Da ultimo sono state avviate le fasi del restauro delle parti funzionali del mulino e delle rifiniture.

Durante le operazioni di scavo necessarie a risolvere i gravi problemi di umidità di risalita sono tornati alla luce diverse parti di vasche probabilmente di decantazione e tramogge con filtri per i prodotti della macinazione, tracce che ci portano a immaginare i molteplici impianti che si sono alternati. Nello stesso locale sono affiorati perni filettati piombati nei grossi blocchi di pietre che formavano la platea operativa. Si possono, inoltre, immaginare i tipi di macchina, osservando le impronte dei loro basamenti scavate nella pietra, come anche le abrasioni sulle pareti lasciate dalla rotazione di pulegge e anche dalle cinghie di trasmissione.

Le vasche hanno datazioni diverse e ciò è facilmente capibile dall’analisi della tecnica costruttiva che si evolve da strutture grossolane in mattoni alle ultime ottocentesche realizzate in calce idraulica e cemento.

Il corpo est dell’edificio era probabilmente usato come casa del mugnaio e risale probabilmente al XV secolo: ritrovate  le stratificazioni delle pavimentazioni usate scavando circa 60 cm, a dimostrazione della trasformazione. Dal coccio pesto si passa ai mattoni, poi argilla battuta, poi a fine ottocento il cotto per terminare nel novecento con un battuto di cemento.

Sono affiorati anche i canaletti in cotto che portavano l’acqua dal fossato ai locali del mulino e poi al refettorio, cucine e locali di servizio. A partire sempre dal 2003 sono state studiate anche le varie macchine e strutture che si sono ripristinate per il progetto di rimessa in funzione del sistema mulino e, dopo un attento lavoro di restauro nel 2008, è stata completata ad opera di artigiani specializzati l’opera di ricostruzione dell’intera macchina molitoria.

Completata l’opera, che comprende anche la ricostruzione di un orto dei semplici, presente storicamente nell’area, l’intero edificio ha visto la sua restituzione funzionale ai cittadini il 21 marzo 2009.